
di Matteo Brogi
Conoscere la natura per conservarla
Scienza, conoscenza e coscienza: la lezione di Franco Perco ricorda che la conservazione comincia sempre dalla comprensione della natura
Secondo una convinzione molto diffusa, la conservazione della natura sarebbe una questione di buone intenzioni. Basterebbe rispettare l'ambiente, amare gli animali o desiderare la tutela della biodiversità per contribuire alla loro salvaguardia. È un convincimento umanamente comprensibile, ma insufficiente. Perché non si conserva ciò che non si conosce.
La conoscenza rappresenta infatti il punto di partenza di ogni autentica politica di conservazione. Prima di decidere come gestire una specie o tutelare un habitat, è necessario comprendere ciò che si ha di fronte. Perché la natura non è una realtà immobile, né un concetto astratto. Piuttosto, è un sistema complesso fatto di relazioni, equilibri dinamici e adattamenti continui.
Per questo motivo il conservazionismo si distingue tanto dall'indifferenza quanto dagli approcci emotivi che contraddistinguono una narrazione basata sui buoni sentimenti. Entrambi rischiano infatti di produrre errori. L'indifferenza perché ignora i problemi. L'emotività perché tende a sostituire la conoscenza con le opinioni e il sentimentalismo. Che, è bene sottolinearlo, non ha niente in comune con i buoni sentimenti.
Il valore dell'osservazione
La storia della gestione faunistica dimostra quanto sia importante questo principio. Molte delle specie oggi considerate simbolo della conservazione sono state salvate grazie a censimenti, monitoraggi, raccolta di dati, studi scientifici e osservazioni sul campo. Grazie, quindi, alla conoscenza. In pratica, sapere quanti animali vivono in un territorio, come si distribuiscono, quali sono le tendenze demografiche, quali pressioni subiscono e come interagiscono con l'ambiente circostante è la condizione necessaria per qualunque decisione responsabile. Senza questa base ogni scelta rischia di trasformarsi in un esercizio ideologico.
La biodiversità, la gestione delle specie invasive, la prevenzione delle zoonosi, l'adattamento ai cambiamenti climatici e la tutela degli habitat sono temi già affrontati negli articoli pubblicati su Hunting Log. Ognuno di essi conduce alla stessa conclusione: prima di intervenire occorre conoscere. Comprendere le dinamiche che impattano sulle specie selvatiche significa imparare a leggere la natura nella sua evoluzione.
In questo senso la conoscenza non appartiene soltanto agli scienziati. Ricercatori, tecnici, agricoltori, allevatori, guardiaparco e frequentatori abituali del territorio, tra cui i cacciatori, contribuiscono tutti, in forme diverse, alla costruzione di un sapere condiviso. La conservazione nasce infatti dall'incontro tra conoscenza scientifica ed esperienza diretta.
La conoscenza come responsabilità
Se la conservazione riguarda un bene comune, allora la conoscenza rappresenta una responsabilità comune. Questo principio vale per chi gestisce la fauna, per chi la studia, per chi la utilizza e persino per chi la commenta nel dibattito pubblico. Il cacciatore ha il dovere di conoscere le specie che preleva, gli ecosistemi in cui opera e gli impatti delle proprie azioni. Ma lo stesso dovere dovrebbe valere per chi propone politiche ambientali, esprime giudizi sulla gestione della fauna o interviene nelle discussioni che riguardano la conservazione. Le opinioni sono sempre legittime, ma quando si parla di ecosistemi e gestione della natura non possono sostituire la conoscenza. Nessuna sensibilità, per quanto sincera, può dispensare dallo studio della realtà.
È una lezione che Franco Perco ha lasciato in eredità al mondo venatorio e alla cultura della conservazione. Nelle sue riflessioni ricorre spesso una triade che sintetizza efficacemente il rapporto corretto tra uomo e natura: scienza, conoscenza e coscienza.
La scienza fornisce i dati e gli strumenti per comprendere la realtà biologica. La conoscenza nasce dall'osservazione diretta e dall'esperienza maturata sul territorio. La coscienza introduce infine la dimensione etica, ricordando che ogni scelta produce conseguenze e che il rapporto con la fauna non può mai ridursi a un semplice esercizio di potere. Questi tre elementi non possono essere separati. La scienza senza coscienza rischia di trasformarsi in tecnocrazia. La conoscenza senza scienza può degenerare nell'arbitrio della soggettività. La coscienza senza conoscenza rischia di ridursi a un esercizio di buone intenzioni incapace di incidere sulla realtà. Perco, nella sua visione modernissima, intuiva che la vera sfida della conservazione consiste proprio nel mantenere in equilibrio queste tre dimensioni.
Conoscere significa accettare la complessità
La natura, infatti, ha bisogno di essere compresa e questo principio vale a maggior ragione nel dibattito contemporaneo, sempre più dominato dalla velocità della comunicazione. Le immagini suscitano emozioni immediate. I social network, come ho scritto recentemente, premiano le semplificazioni. Le questioni ambientali vengono spesso ridotte a parole d'ordine contrapposte. Eppure, gli ecosistemi continuano a funzionare secondo logiche molto più complesse di quelle consentite da un titolo o da un post.
Conoscere significa allora accettare la complessità, che la natura raramente offre risposte semplici, comprendere che conservare non equivale a lasciare tutto immutato, così come gestire non equivale a sfruttare. E significa soprattutto imparare a osservare.
Molti dei problemi che oggi affrontiamo – dalla diffusione delle specie invasive agli effetti dei cambiamenti climatici – sono stati individuati proprio grazie a persone capaci di osservare il territorio nel tempo, registrandone trasformazioni spesso impercettibili agli occhi di chi lo frequenta soltanto occasionalmente. La conservazione nasce quindi prima dalla comprensione che dall'intervento. Solo successivamente viene il momento delle scelte.
Ed è forse questa la lezione più importante che Franco Perco ha lasciato al mondo della caccia e della conservazione: il rapporto con la natura non si misura dalla capacità di prendere, ma dalla capacità di capire. Perché non si può conservare ciò che non si è imparato a comprendere.
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