Un gruppo di elefanti. In alcune regioni dell'Africa, il recupero delle popolazioni è legato a programmi di conservazione che coinvolgono le comunità locali e comprendono anche forme regolamentate di utilizzo della fauna
Un gruppo di elefanti. In alcune regioni dell'Africa, il recupero delle popolazioni è legato a programmi di conservazione che coinvolgono le comunità locali e comprendono anche forme regolamentate di utilizzo della fauna - © Byrdyak / Wikimedia Commons – CC BY 4.0. Immagine ritagliata dall'originale
Pubblicato il in Conservazione
di Matteo Brogi

Living Planet Report 2026: la conservazione alla prova dei risultati

Il Living Planet Report 2026 del WWF documenta il declino della fauna mondiale, ma anche importanti esperienze di recupero. Dall'elefante africano al markhor, fino ai controversi risultati dei divieti venatori, emerge il valore di una gestione fondata sulla conoscenza e sulla responsabilità

Il 73% di diminuzione delle popolazioni animali monitorate è il dato impressionante con cui il WWF presenta il suo Living Planet Report 2026, realizzato con la Zoological Society of London (ZSL) e reso pubblico ieri 7 ottobre 2026. Un numero che restituisce la gravità della crisi della biodiversità, ma che non dovrebbe far passare in secondo piano un altro elemento contenuto nello stesso rapporto: quando si interviene sulle cause del declino, le popolazioni selvatiche possono recuperare.

È proprio questa considerazione ad aprire una riflessione sul significato della conservazione e sul ruolo dell'uomo, responsabile di buona parte dell'impoverimento degli ecosistemi, ma anche potenziale protagonista del loro recupero. In questo quadro trova spazio la gestione venatoria, intesa non semplicemente come regolamentazione del prelievo, ma come parte di un sistema di conoscenza, tutela degli habitat e coinvolgimento delle comunità locali.

Il declino della biodiversità e i segnali di recupero

Il Living Planet Index, l'indicatore su cui si basa il rapporto, considera 35.803 serie temporali relative a popolazioni di 5.790 specie di vertebrati, monitorate tra il 1970 e il 2022. La diminuzione media del 73% non significa che siano scomparsi sette animali su dieci, né che altrettante popolazioni si siano estinte: rappresenta la variazione media relativa delle loro dimensioni, calcolata attraverso una metodologia che aggrega andamenti differenti.

Lo stesso WWF precisa che il 43% delle popolazioni considerate è in aumento e un ulteriore 7% risulta stabile. Il quadro generale rimane fortemente negativo, ma il fenomeno non è uniforme. Il rapporto individua nella perdita e nel degrado degli habitat la pressione più frequentemente documentata, seguita dal sovrasfruttamento delle risorse biologiche, dai cambiamenti climatici, dall'inquinamento e dalle specie invasive.

Accanto a questi dati, il report richiama importanti esperienze di recupero. La tigre, attraverso programmi di protezione e contrasto al bracconaggio, ha visto aumentare la propria popolazione selvatica mondiale. Il tonno rosso, gravemente compromesso dalla pesca eccessiva, ha beneficiato dell'introduzione di quote e controlli più efficaci. La tartaruga verde marina ha recuperato grazie alla protezione dei siti riproduttivi e alla limitazione delle catture.

La tigre, attraverso programmi di protezione e contrasto al bracconaggio, ha visto aumentare la propria popolazione selvatica mondiale
La tigre, attraverso programmi di protezione e contrasto al bracconaggio, ha visto aumentare la propria popolazione selvatica mondiale - © Tisha Mukherjee / Wikimedia Commons – CC BY 4.0. Immagine ritagliata dall'originale

Sono esperienze differenti, accomunate da un principio: la conservazione ha prodotto risultati attraverso interventi mirati e continuativi. Nel caso del tonno rosso, peraltro, il recupero dimostra che la tutela di una risorsa naturale non implica necessariamente la rinuncia al suo utilizzo ma una regolamentazione scientificamente fondata.

Anche il ritorno del lupo in gran parte dell'Europa, Italia compresa, rappresenta un successo delle politiche di conservazione, favorito dalla protezione legale, dal recupero degli habitat e dall'aumento delle popolazioni di ungulati selvatici. La sua espansione, tuttavia, pone oggi nuove questioni gestionali, soprattutto nei rapporti con la zootecnia e la sicurezza. Un esempio di come la conservazione non si esaurisca nella protezione di una specie, ma richieda un continuo adattamento degli interventi alle mutate condizioni ecologiche e sociali.

L'elefante africano e il contributo della caccia

Tra i casi positivi menzionati figurano alcune popolazioni di elefante della savana nell'Africa australe. Sebbene la specie rimanga minacciata a livello continentale, in determinati territori le popolazioni sono stabili o in crescita, grazie a interventi che comprendono protezione degli habitat, contrasto al bracconaggio e coinvolgimento delle comunità locali. In Paesi come la Namibia, i programmi di Community-Based Natural Resource Management associano la conservazione della fauna a benefici economici per chi vive sul territorio. Tra le attività previste figurano il turismo naturalistico e, in condizioni regolamentate, la caccia. Una ricerca pubblicata nel 2016 su Conservation Biology, condotta da Robin Naidoo, Senior Conservation Scientist and Lead Wildlife Scientist del WWF-US, insieme ad altri ricercatori locali anch'essi affiliati al WWF, ha dimostrato il contributo economico della caccia al funzionamento delle communal conservancies namibiane. Secondo le simulazioni degli autori, eliminare i ricavi venatori avrebbe ridotto sensibilmente il numero delle organizzazioni capaci di sostenere i propri costi operativi.

Sebbene la specie rimanga minacciata a livello continentale, in determinati territori - come la Namibia - le popolazioni di elefanti sono stabili o in crescita, grazie a interventi che comprendono protezione degli habitat, contrasto al bracconaggio e coinvolgimento delle comunità locali
Sebbene la specie rimanga minacciata a livello continentale, in determinati territori - come la Namibia - le popolazioni di elefanti sono stabili o in crescita, grazie a interventi che comprendono protezione degli habitat, contrasto al bracconaggio e coinvolgimento delle comunità locali - © Giles Laurent / Wikimedia Commons – CC BY 4.0. Immagine ritagliata dall'originale

Il significato di questi risultati non è che la caccia costituisca una condizione indispensabile per conservare gli elefanti, ma che possa contribuire alla sostenibilità economica della loro gestione. Una questione tutt'altro che secondaria in territori dove i grandi mammiferi provocano danni alle coltivazioni e alle infrastrutture e dove la convivenza con la fauna comporta costi per le comunità rurali.

Il markhor, un recupero legato alla gestione venatoria

Ancora più significativo è il caso del markhor (Capra falconeri), grande caprino selvatico delle montagne asiatiche, un tempo fortemente minacciato dal bracconaggio e dalla perdita degli habitat. Nelle montagne di Torghar, in Pakistan, un programma avviato negli anni Ottanta ha introdotto un sistema di conservazione comunitaria finanziato anche attraverso un numero estremamente limitato di autorizzazioni per la caccia al trofeo (qui l'articolo pubblicato di Hunting Log sul prelievo di uno dei 12 esemplari autorizzati nel 2023). Le risorse economiche sono state impiegate per sostenere la sorveglianza, ridurre il bracconaggio, migliorare la gestione degli habitat e assicurare benefici alla popolazione locale. Nel 2014 lo United States Fish and Wildlife Service documentava il passaggio della popolazione locale da circa 200 individui nel 1984 a oltre 3.500, riconoscendo il contributo del programma comunitario al recupero.

Nelle montagne di Torghar, in Pakistan, un programma avviato negli anni Ottanta ha introdotto un sistema di conservazione comunitaria del markhor finanziato anche attraverso un numero estremamente limitato di autorizzazioni per la caccia al trofeo
Nelle montagne di Torghar, in Pakistan, un programma avviato negli anni Ottanta ha introdotto un sistema di conservazione comunitaria del markhor finanziato anche attraverso un numero estremamente limitato di autorizzazioni per la caccia al trofeo - © Dave Pape / Wikimedia Commons – Public domain. Immagine ritagliata dall'originale

Il caso dimostra come, in condizioni rigorosamente controllate, il prelievo possa contribuire alla conservazione, rendendo il mantenimento di una popolazione vitale un interesse concreto per chi condivide con essa il territorio. Non significa, naturalmente, che ogni forma di caccia al trofeo sia sostenibile: i risultati dipendono dalla qualità dei monitoraggi, dalla limitazione dei prelievi e dall'effettiva destinazione delle risorse alla tutela della fauna.

Vietare la caccia non basta

Le esperienze africane mostrano anche che proibire la caccia non equivale necessariamente a conservare la fauna. Il Kenya ha vietato la caccia al trofeo nel 1977, senza per questo arrestare il declino di numerose specie. Uno studio pubblicato nel 2016, basato sui monitoraggi condotti nell'arco di quasi quarant'anni, ha documentato una diminuzione media del 68,1% delle popolazioni delle 18 specie esaminate, con perdite comprese tra il 72% e l'88% per diversi ungulati, tra i quali gazzella di Thomson, orice, impala e antilope alcina. Gli autori attribuiscono il fenomeno soprattutto alla trasformazione degli habitat, all'espansione degli allevamenti e alle carenze delle politiche di conservazione. Sarebbe superficiale sostenere che il divieto abbia provocato direttamente tale declino; il caso dimostra comunque che la proibizione del prelievo, da sola, è inefficace quando vengono meno le condizioni ecologiche e sociali necessarie alla sopravvivenza della fauna.

In Kenia, il divieto di caccia ha comportato una diminuzione media del 68,1% delle popolazioni di 18 specie di ungulati esaminate, tra le quali la gazzella di Thomson
In Kenia, il divieto di caccia ha comportato una diminuzione media del 68,1% delle popolazioni di 18 specie di ungulati esaminate, tra le quali la gazzella di Thomson - © Forest Botial-Jarvis / Wikimedia Commons – CC BY 4.0. Immagine ritagliata dall'originale

Più diretto è il caso del Botswana, dove la sospensione della caccia commerciale nel 2014 ha privato numerose comunità rurali dei benefici economici derivanti dalla gestione faunistica. Una ricerca di Joseph E. Mbaiwa, pubblicata nel 2017, ha documentato nelle aree studiate una diminuzione del reddito e delle opportunità di lavoro, accompagnata da atteggiamenti più negativi verso la conservazione e da un aumento degli episodi di bracconaggio. Nel 2019 il governo ha nuovamente autorizzato la caccia all'elefante.

Questi esempi evidenziano i limiti di una conservazione affidata esclusivamente ai divieti, senza considerare le condizioni ambientali e le esigenze delle popolazioni che condividono il territorio con gli animali selvatici. Non significa, tuttavia, che proibire il prelievo sia sempre sbagliato. In Zambia, uno studio pubblicato nel 2018 ha documentato i benefici di una moratoria triennale della caccia al leone, con un miglioramento della sopravvivenza degli individui maschi e un aumento della popolazione nell'area esaminata. La contraddizione è soltanto apparente: tanto il prelievo regolamentato quanto la sua sospensione possono rappresentare strumenti di conservazione, purché le decisioni siano fondate sulle effettive condizioni delle popolazioni e i risultati vengano verificati.

La responsabilità della caccia moderna

Le esperienze considerate permettono di superare una contrapposizione semplicistica presente nel dibattito pubblico: quella tra caccia e conservazione, come se fossero necessariamente inconciliabili. L'utilizzo sostenibile delle risorse biologiche è del resto un principio riconosciuto dalla Convenzione sulla diversità biologica (CBD, dall'inglese Convention on Biological Diversity), che affianca alla tutela degli ecosistemi l'obiettivo del loro uso responsabile.

Questo non significa che la caccia sia automaticamente conservazionistica. Un prelievo eccessivo può compromettere la capacità riproduttiva delle popolazioni, alterarne la struttura demografica e, nelle specie socialmente complesse, produrre conseguenze che vanno oltre la diminuzione numerica. Né la presenza di interessi economici garantisce una gestione corretta, se mancano controlli, trasparenza e un'effettiva redistribuzione dei benefici. Una caccia moderna deve dunque accettare di essere valutata attraverso criteri oggettivi: consistenza e andamento delle popolazioni, sostenibilità dei piani di prelievo, qualità degli habitat e contributo effettivo alla conservazione. Il ruolo dei cacciatori non può esaurirsi nell'osservanza delle norme sugli abbattimenti, ma deve comprendere monitoraggi, contrasto al bracconaggio, tutela degli ambienti naturali e disponibilità a limitare o sospendere il prelievo quando necessario.

Il recupero numerico di una popolazione, del resto, non coincide necessariamente con quello dell'ecosistema di cui fa parte. L'obiettivo della gestione non può essere semplicemente avere più animali, ma mantenere popolazioni vitali all'interno di ambienti ecologicamente funzionali.

Conservare significa assumersi una responsabilità

Il Living Planet Report 2026 restituisce un quadro allarmante della biodiversità mondiale, ma dimostra anche che il declino non è inevitabile. Dove conoscenza scientifica, protezione degli habitat e interventi mirati si accompagnano a politiche coerenti, la fauna può recuperare.

Le esperienze dell'Africa australe e dell'Asia centrale mostrano che la caccia regolamentata può contribuire a questo processo; quelle del Kenya e del Botswana evidenziano i limiti di divieti che prescindano dalla complessità dei territori. Il caso dello Zambia ricorda, specularmente, che sospendere il prelievo può essere indispensabile quando la conservazione lo richiede.

Ne deriva un principio che dovrebbe orientare ogni politica faunistica: gli strumenti devono essere scelti e valutati in funzione dei risultati, non dell'adesione preventiva a una posizione ideologica. Per il mondo venatorio questa è insieme un'opportunità e una responsabilità. La possibilità di partecipare concretamente alla tutela della biodiversità e il dovere di dimostrare che il proprio operato produce benefici scientificamente verificabili. La natura non si conserva semplicemente escludendo l'uomo, né autorizzandolo a utilizzare indiscriminatamente le sue risorse. Si conserva quando conoscenza, rispetto dei limiti ecologici e responsabilità diventano criteri effettivi di gestione. È su questo terreno che si misura la credibilità di una cultura venatoria contemporanea.


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