
di Matteo Brogi
Piombo: il futuro della caccia passa dalla responsabilità
Scienza, salute pubblica e gestione faunistica indicano una stessa direzione: superare il piombo. Ma il mondo venatorio italiano è pronto ad affrontare davvero questa transizione?
Il tema del piombo nelle munizioni da caccia è diventato uno dei nodi centrali del dibattito sulla sostenibilità dell'attività venatoria. Se la caccia vuole continuare a rivendicare un ruolo nella gestione della fauna e nella conservazione degli ecosistemi, non può sottrarsi a questo confronto.
Il 5 marzo, a Milano, nella cornice di Palazzo Reale, moderato da Paola Brambilla (docente di Diritto dell'ambiente presso l'Università di Bergamo e coordinatrice della sottocommissione VIA del MASE), si è svolto il convegno pubblico Piombo, nemico invisibile. Impatto del piombo nelle munizioni da caccia su fauna e salute umana, cui è seguita la visita guidata alla mostra Il veleno dopo lo sparo. Un'iniziativa che si inserisce nel percorso già avviato in altri contesti scientifici - tra cui il recente convegno internazionale di Gorizia - e che aveva l'obiettivo dichiarato di riportare la discussione su basi scientifiche, al di là delle contrapposizioni ideologiche.
Ignorare il problema non è la soluzione
Proprio per questo, rammarica – anche se non sorprende – l'assenza delle istituzioni regionali lombarde competenti in materia di caccia e delle associazioni venatorie, invitate al confronto insieme al mondo scientifico e ambientalista. Un'assenza che pesa, soprattutto perché il convegno non nasceva come una presa di posizione contro la caccia, ma contro l'uso del piombo a caccia.
Alessandro Andreotti, primo tecnologo dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), nella relazione introduttiva ha tracciato il quadro scientifico del problema. Il piombo è un metallo pesante tossico che, una volta entrato nell'organismo, si accumula in cervello, fegato, reni e ossa. Non esiste una soglia di esposizione considerata priva di effetti nocivi, e l'impatto è particolarmente rilevante per i bambini e per le donne in età fertile.
Ogni anno, ha ricordato Andreotti, l'attività venatoria disperde nell'ambiente circa 14.000 tonnellate di piombo. Le conseguenze ecologiche sono significative: si stimano 1,3 milioni di uccelli morti negli ecosistemi terrestri e 700.000 nelle zone umide, con circa 150 milioni di individui esposti alla contaminazione.

Ma il punto forse più rilevante della relazione riguarda proprio i cacciatori che sono i soggetti più esposti ai rischi sanitari legati al piombo, perché consumano con maggiore frequenza carne di selvaggina che può contenere microframmenti del proiettile. Il risultato è un triplice danno: sanitario, economico – perché molti esemplari di specie cacciabili muoiono per avvelenamento – e d'immagine, dal momento che la caccia viene percepita come un'attività inquinante.
Gli effetti della contaminazione sui rapaci...
Le conseguenze ambientali sono state approfondite da Enrico Bassi, vicepresidente del Centro Italiano Studi Ornitologici (CISO) e membro dell'Advisory Board della Vulture Conservation Foundation. Il suo intervento ha riguardato l'intossicazione dei rapaci, vittime indirette del piombo disperso nell'ambiente. Uno dei principali vettori di contaminazione sono i visceri degli ungulati lasciati sul terreno dopo l'abbattimento.

In Lombardia, studi condotti su 53 individui hanno evidenziato che il 73,6% di aquile reali e avvoltoi sono contaminati da piombo di origine venatoria. I rapaci necrofagi che se ne nutrono accumulano nel sangue concentrazioni tali da provocarne la morte oppure gravi alterazioni neurologiche e comportamentali, spesso fatali. Poiché questi animali si muovono su grandi distanze, la contaminazione può compromettere anche l'efficacia delle aree protette. Bassi ha concluso la sua relazione con un appello: rinunciando al piombo, i cacciatori potrebbero diventare tra i migliori alleati della conservazione dei rapaci.
... e la salute umana
Il convegno ha poi affrontato il tema della salute umana. Giuseppe De Palma, ordinario di Medicina del lavoro all'Università di Brescia, ha ricordato come l'intossicazione da piombo sia nota alla medicina fin dal Rinascimento. Oggi sappiamo che si tratta di un agente tossico "senza soglia", capace di produrre effetti anche a livelli molto bassi di esposizione. Il metallo può entrare nell'organismo per inalazione, ingestione o contatto cutaneo e tende ad accumularsi nelle ossa, dove può rimanere per decenni. Nei bambini l'esposizione è associata a deficit cognitivi, disturbi dell'attenzione, alterazioni comportamentali e riduzione del volume di aree cerebrali fondamentali come l'ippocampo e la corteccia prefrontale. Negli anziani sono invece documentati deficit cognitivi, neuropatie e un aumento del rischio di demenza.

Il tossicologo Andrea Giampreti, del Centro antiveleni dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ha aggiunto un elemento importante: i casi clinici diagnosticati sono pochi anche perché i sintomi dell'avvelenamento da piombo sono spesso aspecifici e difficili da riconoscere. Il metallo si accumula lentamente nell'organismo e gli effetti possono emergere solo nel medio o lungo periodo, anche in considerazione che la cinetica dei frammenti ingeriti fa sì che ci vogliano giorni per smaltirli, non ore come si tenta di far credere. Negli Stati Uniti, le intossicazioni da piombo sono considerate la terza causa di morte, prima di fumo e colesterolo.
Piombo nelle carni di selvaggina: non esiste un limite

Un'altra questione rilevante riguarda la sicurezza alimentare. Giorgio Fedrizzi, dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell'Emilia-Romagna (IZSLER), ha ricordato che nella carne di selvaggina non esistono limiti di legge per la presenza di piombo, a differenza di quanto avviene per le carni di allevamento. La diffusione dei microframmenti all'interno dei tessuti è ampia e documentata. Dal punto di vista normativo si tratta di una lacuna significativa, soprattutto se si considera la crescente attenzione verso la filiera alimentare della selvaggina.
Sul piano europeo, Laura Martino dell'European Food Safety Authority (EFSA) ha presentato i dati sulla contaminazione alimentare: le analisi mostrano livelli di piombo nel 40% delle carni di cinghiale e in oltre l'80% degli anatidi. I cacciatori, in quanto consumatori abituali di selvaggina, risultano esposti a concentrazioni di piombo tra 4,7 e 7,7 volte superiori rispetto alla popolazione generale.
Casi virtuosi: la Danimarca, Sondrio e le Marche
Non sono mancati esempi di come la transizione verso munizioni atossiche possa essere affrontata con successo. Gloria Ramello, del Centro Italiano Studi Ornitologici, ha illustrato il caso della Danimarca. Qui il percorso è iniziato già nel 1986 con il divieto del piombo nel munizionamento spezzato nelle zone umide, esteso nel 1993 a tutte le aree terrestri e completato nel 1996 con il divieto di vendita. Nel 2022 il bando è stato esteso volontariamente anche alle munizioni a palla, su richiesta della stessa associazione dei cacciatori danesi. In Danimarca, contrariamente alle previsioni di parte, la caccia non è in declino. Anzi, con circa 175.000 cacciatori su una popolazione di sei milioni di abitanti, è oggi uno dei Paesi europei in cui l'attività venatoria gode della migliore reputazione sociale. In Italia, la Provincia di Sondrio ha iniziato il percorso di transizione già nel 2011.

Durante la tavola rotonda finale, gli interventi dei rappresentanti di Lipu e WWF hanno sottolineato l'indisponibilità al confronto delle Associazioni venatorie nazionali su questo tema. È poi emersa una voce particolarmente significativa dal mondo venatorio. Massimo Iuliano, presidente di URCA Marche (ricordo che URCA è l'unica associazione di cacciatori con la qualifica ministeriale di associazione di protezione ambientale), ha illustrato l'esperienza della filiera regionale delle carni di selvaggina sviluppata nella sua Regione. L'idea di fondo è che se la selvaggina entra in una filiera alimentare, il punto di vista si sposta da quello del cacciatore a quello del consumatore. E per il consumatore il piombo rimane una sostanza tossica.
La credibilità di una filiera alimentare si basa sulla trasparenza, sulla sicurezza e sulla responsabilità. Pertanto, in fase di costituzione della filiera, è apparso chiaro che il sistema dovesse evolvere orientandosi verso l'utilizzo di munizionamento atossico. Secondo Iuliano, il mondo venatorio deve affrontare con maturità e spirito evolutivo questa transizione. Non come un'imposizione ideologica, ma come un passaggio necessario per rafforzare la legittimità sociale della caccia, valorizzare la carne di selvaggina e costruire un modello di gestione faunistica sostenibile e accettato dalla società. In quest'ottica, il Centro di lavorazione della selvaggina di Caccamo ha scelto di accettare esclusivamente capi abbattuti con munizionamento atossico. Il percorso non è stato semplice: è stato necessario avviare un lungo lavoro di informazione e formazione rivolto ai cacciatori ma i risultati sono stati incoraggianti.
Guardando al futuro
Al termine del convegno, gli organizzatori hanno ribadito alcune proposte operative per la Regione Lombardia: estendere il superamento del piombo nella caccia agli ungulati – incluso il cinghiale – su tutto il territorio regionale, sostituire definitivamente le munizioni spezzate e rendere obbligatorio l'uso di munizioni atossiche nelle attività di controllo faunistico in tutti gli ambienti. Tra le misure suggerite anche il divieto di commercializzazione e cessione in beneficenza di carne di selvaggina abbattuta con piombo e l'introduzione di sistemi di tracciabilità del munizionamento utilizzato. Proposte che possono essere discusse, migliorate o contestate. Ma ignorarle non è una strategia.
Il vero dato politico della giornata milanese non riguarda le posizioni delle associazioni ambientaliste o degli scienziati – ampiamente prevedibili – ma l'assenza quasi totale del mondo venatorio. Un'assenza che rappresenta un grave errore strategico. Il confronto scientifico sul piombo non è più evitabile. Continuare a combattere una battaglia di retroguardia, negando il problema o disertando le occasioni di discussione, significa lasciare che siano altri a decidere il futuro della caccia. E significa produrre un triplice danno: alla salute degli stessi cacciatori e delle loro famiglie, alla conservazione della natura e all'immagine dell'attività venatoria. Se la caccia vuole davvero essere riconosciuta come attività moderna e sostenibile, deve dimostrarlo nei fatti. Soprattutto quando si tratta di mettere in discussione abitudini come l'uso del piombo, superabili prima di tutto manifestando un minimo senso di responsabilità per se stessi e per il bene comune.
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