Nel dibattito ambientale, il divieto è spesso la risposta più immediata. Ma gli ecosistemi non si conservano escludendo l'uomo: senza gestione, non c'è equilibrio
Nel dibattito ambientale, il divieto è spesso la risposta più immediata. Ma gli ecosistemi non si conservano escludendo l'uomo: senza gestione, non c'è equilibrio - © WikiMediaCommons / Dira0101
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di Matteo Brogi

Vietare non significa conservare

Tra sovrasfruttamento e divieto esiste una terza via: la responsabilità di gestire

Nel dibattito ambientale contemporaneo si osserva spesso una semplificazione pericolosa. Di fronte agli stessi problemi emergono due risposte apparentemente opposte, ma accomunate da una stessa logica. Da un lato c'è lo sfruttamento intensivo, che riduce il territorio a risorsa da utilizzare nel modo più rapido ed efficiente possibile, consumando suolo, semplificando gli ecosistemi e ignorando le conseguenze nel lungo periodo. Dall'altro lato, sempre più spesso, si afferma un ambientalismo astratto ed emotivo, che reagisce proponendo la soluzione opposta: limitare, escludere, vietare. Due strade diverse, ma entrambe evitano la questione centrale che è quella della gestione, della fauna così come del territorio.

Vietare non è la soluzione

Di fronte a un problema ambientale, per molti la risposta più immediata è il divieto. Vietare la caccia, l'intervento, l'uso, in sostanza la fruizione della natura. È una risposta emotivamente comprensibile, perché immediata e in un certo senso rassicurante. Dà l'impressione di aver fatto qualcosa, di aver preso posizione. Ma raramente è una risposta efficace.

Gli ecosistemi non sono sistemi statici che si mantengono da soli, soprattutto in contesti come quelli europei, dove il paesaggio è il risultato di un'interazione tra uomo e ambiente che dura da secoli. Boschi, campi, fauna - tutto ciò che oggi percepiamo come "naturale" - è generalmente il prodotto di equilibri costruiti nel tempo attraverso pratiche di uso e gestione. Quando queste pratiche vengono meno, il sistema certamente cambia ma non torna a un ideale stato originario. Le popolazioni animali possono crescere oltre misura o, al contrario, ridursi drasticamente. Gli habitat si trasformano, spesso semplificandosi. Gli equilibri si alterano. Un territorio abbandonato non è più naturale. È semplicemente più fragile.

Il fulcro della conservazione è la gestione

È da qui che emerge il nodo centrale: senza gestione, non c'è conservazione. Gestire significa assumersi una responsabilità. Significa intervenire quando serve, nel modo giusto, con misura. Significa conoscere, osservare, agire, adattarsi e correggere. Non è un atto una tantum, ma un lavoro continuo. Per questo è molto più complesso del divieto. Il divieto è immediato, netto, non richiede competenze particolari. La gestione, al contrario, richiede presenza, conoscenza, continuità. Richiede anche la capacità di accettare la complessità e di operare dentro dei limiti.

E proprio il limite è uno degli elementi più fraintesi del dibattito ambientale. Spesso viene percepito come un ostacolo, come qualcosa che impedisce. In realtà è ciò che rende possibile l'equilibrio. Senza limiti non esiste sostenibilità. Riconoscere il limite significa stabilire quanto, come e quando si può intervenire. Non per negare l'uso delle risorse, ma per renderlo compatibile con il loro mantenimento nel tempo. In questo senso, il rapporto con la natura non è solo una questione tecnica. È anche una questione morale, come ha evidenziato per esempio Papa Francesco nella sua enciclica Laudato sì.

La natura non è qualcosa da osservare e da proteggere a distanza. È un patrimonio con cui entriamo e dobbiamo entrare in relazione per la nostra salute fisica e mentale. E questa relazione comporta una responsabilità: quella di utilizzare senza esaurire, di intervenire senza compromettere e di trasmettere ciò che si è ricevuto alle future generazioni. Sottrarsi a questa responsabilità, rifugiandosi nel divieto o nell'abbandono, non è una forma di tutela. È una rinuncia.

Il ruolo del cacciatore nella conservazione

Dentro questo quadro, anche la figura del cacciatore può essere riletta in modo diverso da come spesso accade nel dibattito pubblico. Non come un problema, da giustificare, né come un residuo del passato, ma come uno dei soggetti che mantengono un rapporto diretto e continuo con il territorio.

Quando opera entro regole, conoscenze e limiti, il cacciatore non si limita al mero utilizzo di una risorsa (il prelievo), ma partecipa alla sua gestione. Questo non significa idealizzare, né negare che esistano criticità. Significa riconoscere che, in un contesto in cui il rapporto diretto con la natura è sempre più raro, chi vive il territorio può ancora contribuire a mantenerne l'equilibrio. Alla condizione che al diritto – o concessione, secondo l'approccio italiano – alla fruizione di un patrimonio indisponibile dello Stato, corrisponda una responsabilità piena che va oltre il rispetto formale delle norme. La cosiddetta "terza via" tra lo sfruttamento rapace delle risorse naturali e il loro congelamento. La gestione, appunto, tipica dell'approccio conservazionista di cui ho recentemente scritto.


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