Secondo il Commissario straordinario per la gestione della peste suina africana, dovremo ridurre il cinghiale di circa un milione di unità; è pertanto fondamentale la cooperazione tra i cacciatori - che, in questo frangente, acquisiscono la funzione di bioregolatori - e gli altri soggetti coinvolti nell'emergenza
Secondo il Commissario straordinario per la gestione della peste suina africana, dovremo ridurre il cinghiale di circa un milione di unità; è pertanto fondamentale la cooperazione tra i cacciatori - che, in questo frangente, acquisiscono la funzione di bioregolatori - e gli altri soggetti coinvolti nell'emergenza - © Andrea Dal Pian
Pubblicato il in Conservazione
di Matteo Brogi

Dalla peste suina alla caccia del futuro: parla il commissario Caputo

La peste suina africana rappresenta una grave minaccia ma può diventare un'opportunità per il mondo venatorio. Se il cacciatore saprà ripensarsi nella funzione di "bioregolatore", cioè di operatore a servizio della comunità, potrà essergli riconosciuto un ruolo di utilità sociale. Questo il pensiero di Vincenzo Caputo, commissario straordinario per la gestione della peste suina africana

Vincenzo Caputo è il nuovo Commissario straordinario per la gestione della peste suina africana dal 25 febbraio, quando il Presidente del Consiglio dei ministri gli ha affidato il delicato incarico. Direttore generale dell'Istituto zooprofilattico sperimentale di Marche e Umbria (che peraltro ospita il Centro di referenza nazionale per le pesti suine), ha ricoperto precedentemente incarichi nell'area della Sanità pubblica veterinaria in Campania. La sua designazione in sostituzione del precedente Commissario Angelo Ferrari (qui l'intervista che ha rilasciato a Hunting Log all'inizio del suo mandato) segna un cambio di strategia nella delicata gestione della psa.

Dal suo insediamento, Caputo ha emanato due ordinanze: quella del 20 aprile (Ordinanza n. 2/2023) definisce le misure di eradicazione, controllo e prevenzione; la seconda, del 22 maggio (Ordinanza n. 3/2023), è invece dedicata agli "eventuali atti di danneggiamento, manomissione o intralcio delle operazioni compiuti durante le operazioni di cattura per il depopolamento dei cinghiali" e prevede l'applicazione degli articoli 340 (Interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità) e 500 (Diffusione di una malattia delle piante e degli animali) del Codice penale.

Commissario, quali sono i principi ispiratori delle nuove ordinanze e in cosa consiste il cambio di passo rispetto alla gestione finora attuata?

Per rispondere parto dall'ordinanza del 22 maggio, composta da un solo articolo, dove si è introdotto il principio del rispetto delle norme per evitare la propagazione della malattia. Abbiamo voluto chiarire in maniera inequivocabile che la peste suina africana è una malattia infettiva molto seria che può mettere in discussione interessi nazionali forti e, tra questi, il patrimonio suinicolo, anche selvatico.

Con l'ordinanza di aprile abbiamo trasformato i divieti assoluti in attività controllate, condizionando quindi la frequentazione delle aree problematiche - di per sé spazi liberi - a specifiche autorizzazioni vigilate dai sindaci e dalle autorità sanitarie; un approccio che ci sembra più corretto perché la malattia si sta sviluppando in ambienti dove l'uomo vive stabilmente. L'obiettivo è far convivere l'uomo e la psa fintantoché non riusciremo a eradicarla dal territorio. La malattia, infatti, non si trasmette all'uomo - ed è una grande fortuna - ma l'uomo ne rappresenta un importante diffusore. Questo è il concetto più importante.

La lettura delle ordinanze e i passi che ha compiuto in questi primi mesi dimostrano un'attenzione particolare al contributo del mondo venatorio. Conferma questa impressione?

Sto puntando moltissimo alla cooperazione con il mondo venatorio. Le mie esperienze pregresse mi hanno insegnato che il mondo del volontariato venatorio è sempre piuttosto attendibile: il cacciatore è una persona dalla fedina penale pulita e come tale tendenzialmente onesta. A questo requisito si aggiunge una passione molto forte per la propria attività.

Il mio obiettivo è che il mondo venatorio possa svolgere all'occorrenza delle attività di pubblico servizio per regolare quelle specie animali che possono diventare un pericolo sotto l'aspetto sanitario e l'equilibrio ambientale. Sappiamo che dovremo ridurre il cinghiale di circa un milione di unità; è pertanto fondamentale la cooperazione con i cacciatori che, in questo frangente, acquisiscono la funzione di bioregolatori. Questo potrebbe aprire la strada non dico a una ricompensa ma, almeno, a un rimborso visto l'importanza dell'azione che svolgono a favore della collettività. Stiamo introducendo un approccio completamente diverso a un'attività che spesso è vista con diffidenza dalla pubblica opinione. E il mondo venatorio sta dando una buona disponibilità, c'è un colloquio costante con Associazioni, Ambiti territoriali e cacciatori.

Ridurre la popolazione di cinghiali di un milione di unità è un obiettivo ambizioso che richiederà del tempo. Crede che sia realistico ipotizzare l'eradicazione della psa?

Per ottenere lo scopo, la popolazione di cinghiali si dovrebbe assestare a un terzo dell'attuale contingente massimo. Ai fini della malattia, più abbassiamo, più operiamo in sicurezza.
Nell'area rossa dobbiamo eliminare il cinghiale se vogliamo eradicare la peste; questo deve essere molto chiaro. Così come deve essere chiaro che se la situazione dovesse complicarsi ulteriormente torneremo ai divieti. La Sardegna fa i conti con la psa da 50 anni, che è un grande impegno temporale. Ho dichiarato più volte che la lotta alla psa non durerà meno di 3-5 anni. Da qui la scelta di cooperare con tutti.

Questo passaggio di punto di vista si è reso necessario perché con la prima ordinanza del suo predecessore non si sono ottenuti i risultati sperati?

Probabilmente la sottovalutazione della carica portante della malattia nasce dal fatto che - mentre è stata individuata l'area infetta e si sono realizzate le strutture di barrieramento temporaneo - l'epidemia l'ha scavalcata. Bisogna considerare che stiamo parlando di una malattia complessa per cui non esiste una soluzione semplice. Noi ci stiamo avviando a un nuovo approccio che non può comunque non essere molto severo. La norma penale nei confronti di chi ostacola le operazioni prevista dall'ultima ordinanza è una chiara manifestazione in questo senso; è indispensabile tutelare la suinicoltura per il peso che ha sull'economia nazionale.

L'Italia è un'eccellenza nella produzione di salumi con suini semi-bradi, questi sono le prime vittime della diffusione della malattia. Per mettere questi animali - spesso allevati in aree marginali del Paese - in condizioni di biosicurezza sono necessari interventi molto importanti dal punto di vista realizzativo ed economico. Se non agiamo rischiamo di far soccombere questa filiera: far morire la suinicoltura sul territorio appenninico significa far morire dei territori. Dobbiamo tutti dare il massimo e, tra gli stake holder che fino a oggi hanno dato un contributo, i cacciatori sono tra i migliori.

La situazione attuale è molto dinamica, possiamo attenderci altri focolai?

Della peste non dobbiamo scoprire la genesi o come si combatte ma stabilire una strategia di eradicazione. Si tratta di un cantiere in corso di evoluzione.

Come può essere più incisiva l'azione del cacciatore?

Voglio ipotizzare che i cacciatori - ripeto, i primi approcci sono buoni - si prestino in un momento della loro vita a diventare bioregolatori. Significa avere regole d'ingaggio molto differenti che ci portano a un approccio "professionale": un caccciatore, quindi, che al di fuori del proprio piano venatorio va a prestare la propria opera per bioregolare una specie target che può essere un problema da un punto di vista ambientale o sanitario.

Pertanto, come collettività, dovremmo ipotizzare di conferire dei riconoscimenti quale encomio di comportamento civile. È un significato estremamente profondo: io ritengo che il cacciatore abbia un ruolo fondamentale nel completare il piano venatorio ma anche quando si tratta di realizzare un'azione dolorosa - come il depopolamento di un territorio.

Da parte dello Stato ci dovrebbe essere un riconoscimento di questa attività sociale nei confronti di un cittadino che si è distinto per un'azione di eradicazione di una malattia infettiva o per un riequilibrio. È una prospettiva su cui si può lavorare. Io ci sto provando.

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