Lupo nella neve nel Parco nazionale di Yellowstone, dove il ritorno del predatore ha riaperto il dibattito sugli effetti delle cascate trofiche e sulla capacità degli ecosistemi di ritrovare gli assetti precedenti
Lupo nella neve nel Parco nazionale di Yellowstone, dove il ritorno del predatore ha riaperto il dibattito sugli effetti delle cascate trofiche e sulla capacità degli ecosistemi di ritrovare gli assetti precedenti - © NPS / Jacob W. Frank
Pubblicato il in Conservazione
di Matteo Brogi

Il lupo torna, l'ecosistema no

Il ritorno del lupo non ricostruisce automaticamente l'ecosistema del passato: Yellowstone invita a ripensare conservazione, rewilding e gestione. Anche in Italia

Per molti anni l'esperienza del Parco nazionale di Yellowstone, negli Stati Uniti, è stata raccontata come uno degli esempi più spettacolari della capacità della natura di ritrovare spontaneamente il proprio equilibrio. Nel corso dei primi decenni del Novecento il lupo fu sistematicamente perseguitato e infine eliminato nell'ambito di politiche che consideravano i grandi predatori una minaccia per il bestiame e un concorrente per la selvaggina. Il suo ritorno, grazie alle reintroduzioni iniziate nel 1995, avrebbe ridotto la pressione dei wapiti sulla vegetazione, favorito la ripresa di specie vegetali, consentito il ritorno dei castori e, attraverso le loro dighe, modificato persino la struttura di alcuni corsi d'acqua. Un processo concettualmente affascinante: ripristinando il grande predatore si sarebbe rimesso in moto un processo capace di ricostruire le condizioni precedenti alla sua scomparsa. La realtà, a distanza di pochi decenni, è risultata assai più complessa.

Uno studio pubblicato nel 2024 su Ecological Monographs da N. Thompson Hobbs e altri ricercatori, basato su vent'anni di osservazioni e sperimentazioni nella parte settentrionale di Yellowstone, ha affrontato questo nodo: il ritorno dei grandi carnivori è sufficiente a ripristinare le condizioni ecologiche che esistevano prima della loro scomparsa? La risposta proposta dagli autori è negativa, almeno per quanto riguarda la vegetazione ripariale studiata, in particolare i saliceti delle aree umide e dei corsi d'acqua del Northern Range del Parco.

Riduzione del lupo, incremento di wapiti

Nel corso del Novecento, con l'eliminazione del lupo e la forte riduzione degli altri grandi predatori, la popolazione di wapiti (Cervus canadensis) aveva raggiunto densità elevate e la pressione di brucatura aveva inciso profondamente sulla vegetazione, in particolare sui salici. Il cambiamento, tuttavia, non si era fermato qui. I salici costituivano una risorsa importante per i castori e la loro diminuzione aveva contribuito al declino di questi ultimi. A sua volta, la scomparsa delle loro dighe aveva modificato l'idrologia locale, favorito l'incisione degli alvei e abbassato in alcune zone il livello della falda. Il sistema, nel frattempo, era profondamente cambiato.

Quando i lupi furono reintrodotti e la comunità dei predatori venne in parte ricostituita, la riduzione della pressione esercitata dagli erbivori non è bastata a riportare automaticamente l'ambiente alle condizioni precedenti. Nell'esperimento di Hobbs e colleghi, i risultati migliori si sono avuti quando alla riduzione della brucatura si aggiungeva il ripristino delle condizioni idrologiche associate alle dighe dei castori.

Il concetto di isteresi ecologica

Il dato è importante perché mostra come, in un ecosistema complesso, non sempre sia sufficiente invertire la causa che aveva contribuito alla trasformazione iniziale. Nel corso del tempo quella trasformazione può averne prodotte altre, creando nuove relazioni e nuove condizioni di stabilità, fino a determinare un fenomeno di isteresi ecologica. In termini semplici, l'isteresi – dal greco hystérēsis, ritardo, mancanza – descrive quei sistemi nei quali il percorso di ritorno non coincide necessariamente con quello dell'andata. Se la transizione da uno stato a un altro è stata provocata dalla scomparsa di un determinato fattore, il suo ripristino non garantisce automaticamente il ritorno alla situazione originaria. Nel frattempo possono essere cambiati la vegetazione, l'idrologia, il suolo, le comunità animali e i rapporti fra le diverse componenti dell'ecosistema.

Diga di castori lungo il braccio sud-orientale dello Yellowstone Lake. Le opere dei castori modificano localmente l'idrologia, contribuendo a creare condizioni favorevoli alla vegetazione ripariale
Diga di castori lungo il braccio sud-orientale dello Yellowstone Lake. Le opere dei castori modificano localmente l'idrologia, contribuendo a creare condizioni favorevoli alla vegetazione ripariale - © NPS/Diane Renkin

Hobbs e colleghi parlano infatti di uno stato stabile alternativo, cioè di una configurazione ecologica sufficientemente consolidata da non essere facilmente reversibile attraverso la semplice ricostruzione delle condizioni originarie. Questo non significa che il ritorno del lupo sia stato irrilevante, né che i grandi predatori non esercitino effetti sugli erbivori. Significa, più precisamente, che il loro ritorno non è stato sufficiente, da solo, a ricostruire le comunità ripariali nelle condizioni precedenti.

Il dibattito scientifico

Il dibattito scientifico, peraltro, resta aperto. Nel 2026 Robert Beschta, Luke Painter, William Ripple e Boone Kauffman hanno contestato alcune conclusioni di Hobbs e colleghi, osservando che il completo ritorno alle condizioni storiche non può essere l'unico criterio di valutazione e che in alcune aree sono già evidenti segnali di recupero della vegetazione e dei castori. La loro lettura è quindi meno netta: non un mancato ripristino, ma un processo lungo e ancora incompleto, sul quale incidono anche altri fattori, come la crescita delle popolazioni di bisonte e il cambiamento climatico.

Bisonti lungo il fiume Yellowstone. L'espansione della specie è uno dei fattori che contribuiscono alla complessità delle dinamiche ecologiche del Parco
Bisonti lungo il fiume Yellowstone. L'espansione della specie è uno dei fattori che contribuiscono alla complessità delle dinamiche ecologiche del Parco - © NPS/Diane Renkin

Hobbs e colleghi hanno replicato mantenendo la propria tesi: gli effetti del ritorno dei predatori esistono, ma le evidenze disponibili non giustificano quella rappresentazione lineare della cascata trofica che una certa divulgazione ha trasformato in un meccanismo quasi automatico. Ed è probabilmente proprio questo il punto più interessante.

La cascata trofica

In natura, gli effetti di un predatore possono propagarsi ben oltre le sue prede, modificando indirettamente la vegetazione e altre componenti dell'ecosistema: è ciò che gli ecologi definiscono cascata trofica. Il problema nasce quando questo principio viene trasformato in una sequenza deterministica: più predatori, meno erbivori, più vegetazione, ripristino dell'ecosistema. Gli ecosistemi reali funzionano raramente in modo semplice. A Yellowstone entrano in gioco lupi, puma, orsi, wapiti, bisonti, castori, vegetazione ripariale, disponibilità idrica e clima. A cambiare non sono soltanto le quantità delle singole specie, ma le relazioni che nel tempo si stabiliscono tra esse. È questa complessità a rendere fragile l'idea che esista sempre un unico fattore sul quale intervenire per riportare un ambiente verso una condizione precedente.

In assenza o rarefazione dei grandi predatori, popolazioni molto abbondanti di ungulati possono esercitare una forte pressione sulla vegetazione e contribuire a modificare gli equilibri dell'ecosistema. In fotografia, un maschio di wapiti
In assenza o rarefazione dei grandi predatori, popolazioni molto abbondanti di ungulati possono esercitare una forte pressione sulla vegetazione e contribuire a modificare gli equilibri dell'ecosistema. In fotografia, un maschio di wapiti - © Jacob W. Frank

Su Hunting Log abbiamo già affrontato più volte questo tema. Nell'articolo Quando la gestione diventa indispensabile abbiamo osservato come, in ecosistemi profondamente modificati, l'assenza di intervento non coincida necessariamente con la conservazione. In Vietare non significa conservare abbiamo inoltre sottolineato la distanza che può esistere tra la rimozione di una pressione e il conseguimento di un risultato ecologico. Il caso Yellowstone aggiunge un tassello alla complessità: anche quando viene corretta una causa storica di alterazione, gli effetti prodotti nel frattempo possono continuare a condizionare il sistema.

Il mito del rewilding

Il tema si collega anche al mito del ritorno alla natura, perché l'idea stessa di "ritorno" presuppone l'esistenza di uno stato originario e stabile al quale sarebbe sufficiente ricondurre un ambiente eliminando una pressione o ripristinando una componente perduta. L'ecologia restituisce invece un'immagine più dinamica: gli ecosistemi accumulano trasformazioni e non sempre percorrono a ritroso la strada dalla quale sono arrivati.

Lupo nel Parco nazionale di Yellowstone, dove la specie è stata reintrodotta a partire dal 1995
Lupo nel Parco nazionale di Yellowstone, dove la specie è stata reintrodotta a partire dal 1995 - © NPS / Jacob W. Frank

È in questo quadro che Yellowstone diventa rilevante anche nel dibattito sul rewilding (inteso come un approccio alla conservazione che punta a ripristinare processi ecologici naturali, anche attraverso il ritorno di specie chiave, riducendo progressivamente la necessità di una gestione diretta da parte dell'uomo). Ricostruire processi ecologici attraverso il ritorno di specie chiave può produrre effetti importanti, ma non può essere assunto come un meccanismo universale. Dopo decenni o secoli di trasformazioni, reintrodurre una specie o interrompere una pressione non equivale necessariamente a ricostruire l'ecosistema precedente. La questione, dunque, non è contrapporre gestione e rewilding. È riconoscere che non esiste una risposta valida in ogni circostanza e che anche la rinuncia all'intervento rappresenta una scelta.

Da Yellowstone all'Appennino

Yellowstone vi insegna che conservare non significa soltanto vietare o ricostruire un'immagine ideale del passato. Significa comprendere quale sistema abbiamo davanti, quali processi lo stanno modificando e quali condizioni vogliamo favorire. È una riflessione che riguarda anche l'Italia, dove il ritorno del lupo interviene su ecosistemi che, nei decenni della sua rarefazione, hanno conosciuto profonde trasformazioni e nei quali cervidi e altri ungulati hanno ampliato distribuzione e consistenza. Il predatore non torna dunque in un ambiente rimasto immutato, ma in un sistema che nel frattempo ha sviluppato nuovi equilibri, sui quali la rinnovata pressione predatoria può incidere sensibilmente, come accade localmente per il capriolo.

Attribuire tuttavia ogni variazione delle popolazioni al solo lupo significherebbe ricadere nello stesso determinismo che il caso di Yellowstone invita a superare: predatori, prede, habitat, cambiamenti climatici e storia del territorio devono essere letti insieme. In un Paese fortemente antropizzato come l'Italia, spetta quindi all'uomo assumersi la responsabilità di una gestione capace di tenere insieme conservazione degli ecosistemi, tutela della biodiversità e continuità delle attività economiche; una gestione che, proprio per essere realmente ecosistemica, non può escludere a priori nessuna specie, neppure il lupo.


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